Mi impegno, ma non basta: comprendere l’ADHD femminile – Dott.ssa Federica Bellò

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Quando si parla di ADHD, l’immaginario collettivo continua spesso a essere legato a quello di un bambino irrequieto, impulsivo, incapace di stare fermo e con difficoltà scolastiche evidenti. Questa rappresentazione, tuttavia, non restituisce la complessità con cui l’ADHD può manifestarsi, soprattutto nelle persone socializzate come femmine.

Nelle ragazze e nelle donne, infatti, le caratteristiche dell’ADHD possono essere meno visibili dall’esterno e, proprio per questo, rimanere a lungo non riconosciute. Non è raro incontrare donne che arrivano alla valutazione in età adulta dopo anni trascorsi a chiedersi perché, nonostante l’impegno, l’intelligenza e la motivazione, alcune attività apparentemente semplici risultino per loro così faticose.

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Imparare molto presto ad adattarsi

Un aspetto particolarmente importante riguarda il modo in cui le aspettative sociali influenzano lo sviluppo delle strategie di compensazione: le persone socializzate come femmine vengono spesso educate fin dall’infanzia ad essere ordinate, collaborative, attente agli altri, responsabili, composte e capaci di prendersi cura delle relazioni. Una bambina che fatica a organizzarsi, dimentica le cose, perde frequentemente gli oggetti, interrompe, si distrae o ha difficoltà a gestire il tempo può imparare molto presto che questi comportamenti non sono considerati socialmente desiderabili.

Può quindi sviluppare strategie per compensarli: controllare continuamente ciò che fa, prepararsi molto più degli altri, utilizzare liste e promemoria, studiare più a lungo, cercare di non dimenticare nulla, osservare come si comportano le altre persone e adeguarsi alle loro modalità.

In alcuni casi può diventare quella che viene definita la “brava bambina”: diligente, educata, disponibile, performante, apparentemente molto organizzata ma il fatto che riesca a ottenere buoni risultati non significa necessariamente che non stia incontrando difficoltà: a volte il risultato finale nasconde semplicemente una quantità di energia e di tempo molto maggiore rispetto a quella richiesta ai coetanei.

È quindi possibile che una ragazza arrivi all’età adulta avendo costruito un sistema estremamente sofisticato per compensare le proprie difficoltà, senza che nessuno abbia mai pensato all’ADHD.

Quando le strategie di compensazione non bastano più

Per molte donne il momento della crisi arriva quando aumentano le richieste ambientali: l’università, l’ingresso nel mondo del lavoro, la gestione autonoma della casa, le relazioni sentimentali, la maternità o semplicemente una maggiore quantità di responsabilità possono rendere insufficienti le strategie costruite negli anni precedenti.

E’ allora che può emergere una sensazione particolarmente dolorosa: “Prima riuscivo a fare tutto. Adesso non ci riesco più.”

Non necessariamente è cambiata la capacità della persona: è aumentato il carico di richieste e il sistema di compensazione può non essere più sostenibile.

La procrastinazione, la difficoltà nell’iniziare un compito, la gestione caotica del tempo o l’incapacità di portare avanti contemporaneamente molte attività possono essere state interpretate per anni come mancanza di volontà o pigrizia.

E così un funzionamento neuroatipico può trasformarsi progressivamente in una difficoltà di autostima.

 

“So cosa dovrei fare, ma non riesco a farlo”

Una delle caratteristiche che più frequentemente incontro nel lavoro clinico con persone ADHD riguarda proprio questa apparente contraddizione: la persona sa cosa dovrebbe fare. Sa che dovrebbe rispondere a quella mail, iniziare quel lavoro, pagare quella bolletta, preparare quell’esame. Può persino sapere perfettamente come farlo.

Eppure iniziare può risultare estremamente difficile.

Questo riguarda le funzioni esecutive, cioè quell’insieme di processi che permettono di pianificare, iniziare, organizzare, mantenere e portare a termine un’attività, gestendo contemporaneamente tempo, attenzione e priorità.

Quando questa difficoltà viene continuamente interpretata come un difetto personale, possono consolidarsi pensieri come “sono pigra”, “sono inconcludente”, “non sono abbastanza adulta”, “se mi impegnassi davvero ce la farei”.

Una parte importante del percorso terapeutico consiste anche nel separare la difficoltà dal giudizio morale sulla persona.

 

Il prezzo dell’essere “brave”

È importante sottolineare che la compensazione non è necessariamente qualcosa di negativo. Avere strategie organizzative, utilizzare strumenti esterni o cercare modalità efficaci per gestire le proprie difficoltà può essere estremamente utile: il problema nasce quando l’adattamento diventa così pervasivo da richiedere un controllo continuo.

Una donna può apparire estremamente organizzata e, contemporaneamente, arrivare alla fine della giornata completamente esausta. Può essere considerata affidabile dagli altri mentre vive costantemente con la paura di dimenticare qualcosa. Può apparire sicura e competente mentre dedica una quantità enorme di energia a controllare ciò che fa.

In questo senso, nella valutazione dell’ADHD femminile non è sufficiente chiedersi “riesce a farlo?” ma è altrettanto importante chiedersi: “Quanto le costa riuscire a farlo?”

Questa distinzione è fondamentale anche in un’ottica neuroaffirming: l’obiettivo non è eliminare le caratteristiche neurodivergenti o insegnare alla persona a essere sempre più performante, ma comprendere quali strategie siano realmente funzionali e quali, invece, stiano diventando fonte di esaurimento.

 

Una diagnosi può cambiare la lettura della propria storia

Per molte donne arrivare a comprendere il proprio possibile funzionamento ADHD significa rileggere retrospettivamente numerosi episodi della propria vita: le dimenticanze, la difficoltà nello studio nonostante l’intelligenza, il disordine, la procrastinazione, l’incapacità di rispettare alcune scadenze, la sensazione di essere sempre in ritardo rispetto alle aspettative degli altri possono assumere un significato diverso.

Il lavoro psicologico può partire proprio da qui: comprendere il proprio funzionamento, riconoscere le strategie sviluppate nel tempo, distinguere ciò che si desidera realmente cambiare da ciò che si è imparato a modificare per essere accettate e individuare modalità di vita più sostenibili.

Perché l’obiettivo non dovrebbe essere diventare finalmente la persona che gli altri si aspettavano ma dovrebbe essere poter costruire un modo di funzionare nel mondo che sia efficace, sostenibile e, soprattutto, compatibile con la propria persona.

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